I Medici regnanti, i nemici, i plebei e la fanferina a Firenze tra 1586 e 1608
Trascriviamo dei piacevoli episodi di vita fiorentina del passato presi dai ricordi di Giuliano di Giovanni di Giuliano dei Ricci (1543-1606) che fu nipote in linea materna di Niccolò Machiavelli.
Sono riportati tali e quali nel testo ma con l’aggiunta della punteggiatura all’uso di oggi.
Il “popolaccio” degli artigiani
Agosto 1586.
“Non ha male alcuno il popolaccio che non meriti peggio: passano alli 27 di agosto a Santa Felicita, dove con honesta pompa si seppelliva la moglie di Cosimo Canigiani figliola di m. Bartolomeo Concini [Aurelia], tornavano essendo 24 hore dalle botteghe alcuni artefici che tutti allegri quasi cantando facevano festa di tal mortorio et uno di essi disse: «Hor così a questo modo giù et de’ buoni che se la seguita il bruno tornerà a valere qui come a Roma tre giulii lo staio, di questi grossi bisogna che vadìa sotto a volere che rinvilii»; et così andavano discorrendo et ragionando fra loro augurandosi forse quel male del quale venendo (che Iddio il tolga) ne toccherà a patire più a loro che ad altri".
Bartolomeo Concini (1507-1578), uomo ricchissimo, era stato segretario e uomo di fiducia di Cosimo I, ambasciatore presso Carlo V, esperto politico, anche con intrighi e maneggi a livello diplomatico e detestato per questa sua spregiudicatezza (il nipote Concino, maresciallo D’Ancre alla corte di Francia, fu assassinato al Louvre nel 1617).
Da qui il commento degli artigiani fiorentini su chi in vita era stato un grande e dopo la morte ‘ravviliva’, cioè perdeva valore.
I Soderini non dimenticano. Le caterine
Gennaio 1589 (s.c.).
“Con molta ragione è sempre dispiaciuto al molto serenissimo gran duca il sentire detrarre e dir male di chi si sia et tanta era divenuta la licentia di certi poco prudenti che non solo con pasquinate, con caterine (che caterine sono canzoni in frottola che si cantano da’ fanciulli per Firenze) ma etiam con cartelli attaccati in diversi [luoghi] dicevano non solo male di lui stesso ma del gran duca Francesco et de’ ministri passati ma ancora de’ ministri presenti e dello stesso serenissimo gran duca Ferdinando, il quale, fatto avvertire alcuni e particularmente Giovan Vettorio di Tomaso Soderini et fattoli dire che del passato non si terrebbe conto ma che desistesse da questa temerarietà et maledicentia et non giovando questo, lo fece a mesi passati mettere prigione et ricercare il fatto, et esaminando da m. Francesco Boninsegni segretario delli Otto et da m. Piero Cavalli auditore, i quali havendolo trovato colpevole insieme con molti altri procederono al debito gastigo, et alli 14 di gennaio andò su l’asino un Baccio di Ugolino allievo, o creatura di Marsilio delli Albizi et fu condennato alla galera et il Soderino fu condennato alla morte, ma sua altezza gli fece gracia della vita riducendogli la pena in lo confino in fondo di torre di Volterra, et pochi giorni appresso per le medesime pasquinate alla romana e catherine alla fiorentina andò su l’asino un Dreone agucchiatore [lavoratore d’ago]”.
Alcuni Soderini, come si può vedere anche dal testo, restarono nemici della famiglia regnante molti decenni dopo gli avvenimenti di Piero (1400-1522) gonfaloniere della repubblica, deposto e fuggito nel 1512 in prossimità del ritorno dei Medici a Firenze.
Giovan Vittorio (1527-1597), nipote di un fratello di Piero, fu appassionato di botanica e di architettura. Criticò in una lettera al senese Silvio Piccolomini, marito di una sua nipote, la condotta di Francesco I e della moglie Bianca Cappello. Nel 1592 uscì dal carcere di Volterra citato nel ricordo e visse confinato in una villa di famiglia nel volterrano.
Gli Otto di Guardia e Balìa erano un’antica magistratura fiorentina che si occupava di affari criminali e di polizia. Furono aboliti nel 1777. Le loro competenze vennero trasferite al Supremo Tribunale di Giustizia e ai Capitani di Parte Guelfa.
In quanto alle caterine, di cui Giuliano parla perché doveva essere un termine poco usato, erano simili alle più note pasquinate, i componimenti satirici e pungenti di Roma. Non se ne trova notizia nel Grande Dizionario della Lingua Italiana. Furono affini alle frottole, poesie cantate in pubblico comiche e moraleggianti.
I funesti battuti, i plebei e le donnicciole, la burla dei calzolai
Gennaio 1608 (s.c.).
“Dal giorno della Concezione del mese prossimo passato di dicembre sino a 18 di gennaio la mattina a buon ora poco avanti ’l giorno, si sono visti per molti alcuni battuti, ciò è uomini o altro in forma d’uomo che apparivano vestiti come vanno e battuti delle compagnie; chi gli ha visti ha avuto paura, erano al più due e bene spesso uno; in questo ultimo per Firenze non si ragionava d’altro; e plebei e le donnicciuole pensavano che fussino apparizioni e spiriti che si lasciassino vedere da chi era solo, per che niuno che sia stato accompagnato ha mai detto di avergli visti; e deboli temevano che non predicessino pestilenzia, o peggio si ricordava che avanti il 1527 si veddon simili cose, si ragionava di fra Girolamo e di molte altre predizioni e superstizioni e ognuno ne ragionava chi in sul sodo e chi per fanferina, onde molto consideratamente, essendo dati nella guardia 4 calzolai che in su le quattro ore di notte fingevono di fuggire e gridavono: «Fuggite fuggite, ecco e battuti», doppo che furno esaminati e convinti di non aver visto nulla, fu dato loro in pubblico due strappate di corda nel luogo solito della cantonata del palazzo del Bargello dalla carrucola a terra; a molti parve troppo rigore e fu compatito a que’ poveretti, che non erano sgherri né scapigliati, ma vivevono delle lor fatiche con le lor braccia; con tutto questo ha partorito ciò congiunto che due giorni continui stette la carrucola attaccata, anzi il canapo attaccato alla carrucola, un buonissimo effetto che più non si ragiona di battuti e più non si veggono, credesi per e più, poi che è vero che sono stati visti, che siano stati o giovanacci burloni o birri”.
I battuti erano i confratelli delle compagnie che si radunavano per praticare la mortificazione corporale violenta. Erano (mal) vestiti con cappa e cappuccio e di conseguenza avevano aspetto pauroso e sgradevole.
Era inoltre presente nel ricordo dei fiorentini del 1608 la peste del 1527 che colpì Firenze e della quale dette un resoconto il Machiavelli (Descrizione della peste di Firenze dell’anno 1527). Rammentavano anche il domenicano fra Girolamo Savonarola – nemico dei Medici, dichiarato eretico e nel maggio 1598 condannato a morte e arso per ordine di papa Alessandro VI – e le sue predizioni (1490-98) sul flagello in Italia a causa della corruzione, sul rinnovamento della Chiesa guidata indegnamente da papa Borgia e sulla gloria futura di Firenze se i cittadini si fossero pentiti dei propri peccati e avessero rivolto i loro pensieri e le azioni politiche a Dio.
Molti non credettero alle ‘apparizioni’ dei battuti del 1608 e le trattarono come fanferina, cioè fanfaluca, ciancia, canzonatura, celia, scherzo eccetera ...
Paola Ircani Menichini, 22 maggio 2026. Tutti i diritti riservati.
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